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Poema: Los Rios.por Jorge Luis Borges

Somos el tiempo. Somos la famosa

parábola de Heráclito el Oscuro.

Somos el agua, no el diamante duro,

la que se pierde, no la que reposa.

Somos el río y somos aquel griego

que se mira en el río. Su reflejo

cambia en el agua del cambiante espejo,

en el cristal que cambia como el fuego.

Somos el vano río prefijado,

rumbo a su mar. La sombra lo ha cercado.

Todo nos dijo adiós, todo se aleja.

La memoria no acuña su moneda.

Y sin embargo hay algo que se queda

y sin embargo hay algo que se queja.

LES FLEUVES
Nous sommes temps. Nous sommes la fameuse

parabole d'Héraclite l'Obscur,
nous sommes l'eau, non pas le diamant dur,
l'eau qui se perd et non pas l'eau dormeuse

Nous sommes fleuve et nous sommes les yeux

du grec qui vient dans le fleuve se voir.
Son reflet change en ce changeant miroir,
dans le cristal changeant comme le feu.

Nous sommes le vain fleuve tout tracé,
droit vers sa mer. L'ombre l'a enlacé.
Tout nous a dit adieu et tout s'enfuit

La mémoire ne trace aucun sillon.
Et cependant quelque chose tient bon.
Et cependant quelque chose gémit.

Traducción de :Jacques Ancet

Borges por Cristina Campo

In un racconto di Borges, L’immortale, si narra di un misterioso antiquario, Joseph Cartaphilus da Smirne; “un uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi, che si esprimeva con scioltezza in diverse lingue”. Sappiamo di costui attraverso un manoscritto ch’egli lascia dietro di sé, la atroce e labirintica storia di uno che beve l’acqua degli immortali e prima di essere Cartaphilus fu un interlocutore scozzese del Vico, e prima ancora un astrologo boemo e uno scriba arabo, che era stato a sua volta un centurione di Domiziano in Tebe — e ancora un’ombra disperata e divina che si esprimeva con le parole di Omero.

È difficile, leggendo Borges, non confondere oscuramente Cartaphilus con l’uomo che lo ha creato, credere da vero a l’esistenza di questi: estremamente miope signore di sessantanni, direttore della biblioteca di Buenos Aires, animatore del gruppo di “Sur”; tre o quattro volte sfiorato da quell’evento, sempre più mestamente circostanziato, che è il premio Nobel per la letteratura. A mala pena ricordiamo certe sue vecchie fotografie, che ce lo mostrano un poco bruno di pelle, un poco obeso, più spagnolo assai che non inglese, benché in lui confluiscano questi due sangui e in più una vena portoghese e un’educazione svizzera. Apriamo un suo libro: El Aleph, Ficciones, Historia universal de la infamia, Historia de la eternidad, ed ecco Borges disparire nelle proprie parole, rifarsi antichissimo e al dilà di ogni razza: un uomo appunto “dai tratti singolarmente vaghi” cui certo non è facile giungere, che forse è addirittura morto da tempo e solo riappare fugacemente qua e là, sotto le spoglie di un ermetico viaggiatore.

Borges è forse il solo narratore-umanista che il mondo ancora possegga; è il lirico della storia, l’erudito della poesia, nei cui testi si incontrano e si sublimano, in abbaglianti e capziose alchimie, i segreti splendori di tutte le tradizioni, in particolare, data la nascita e la natura di Borges, l’arabo-ispanica : la platonica, dunque, e la catara, la gnostica, la cabalistica, l’alchimica. Il tutto complicato da una perfida e soavissima rete di cerimoniali ironie: il favolista rituale indossa panni inglesi.
Borges a reso omaggio, in più luoghi, agli autori moderni che “continuamente rilegge”: Schopenhauer, De Quincey, Stevenson e, poichè non c’è accostamento impossibile al suo astrale snobismo, Chesterton, Shaw, Léon Bloy. Ma a due nomi molto diversi, leggendo i suoi racconti più puri, corre subito la memoria: l’Hoffmannstahl di Andreas, della Lettera di Lord Chandos a Bacone da Verulamio, e l’Ernst Jünger delle Scogliere di marmo. Ma il chiaro fuoco spirituale del primo (che sa levarsi ogni volta all’attimo dell’unio mystica) e il tenace gelo del secondo, sono per così dire oltrepassati da Borges in uno stile di impenetrabile cristallo, che è lo stesso cristallo del mondo in cui si muove: un mondo in tutto simile agli specchi; sì che a volte queste innumerevoli riflessioni sembrano infrangersi l’una contro l’altra in un lampo che acceca e distrugge. Non resta che il puro, l’imperscrutabile vuoto al quale Borges dà volontieri il nome di Dio, in uno dei suoi inchini profondi e recitati di mussulmano alla Mecca.

In verità, in ogni suo racconto si ripete questa magica collisione, che ha l’intento di ricondurci ogni volta ad un’antica parola: Tutto è l’Uno. Come nella scuola di tiro d’arco Zen, anche cui il tiratore dovrà farsi allo stesso tempo arco freccia e bersaglio, dimenticare che — e perché — sta tirando d’arco; e allora non avrà più importanza la propria o l’altrui vita, il proprio o l’altrui destino, poiché chi scocca l’arco è il Tutto, come lo è chi riceve la freccia. Ma nei racconti di Borges questa scoperta non è il frutto imprevedibile e spontaneo della lunga dedizione buddista, anzi è una illuminazione perfettamente tragica: l’attimo appunto che infrange tutti gli specchi, il barbaglio in cui le immagini sovrapposte si annientano, lasciando appena l’ombra disegnata, come l’uomo sul ponte di Hiroshima.

In uno dei suoi racconti più belli, I teologi, Giovanni di Pannonia arde sul rogo. Lo ha denunziato copertamente Aureliano, per anni suo rivale segreto nella dotta confutazione degli eresiarchi. Al termine della sua vita egli arderà allo stesso modo in un incendio e saprà in quel momento preciso che “agli occhi della insondabile divinità egli e Giovanni di Pannonia formavano una sola persona”. Così il gaucho argentino Isidoro Cruz si scopre una sola persona con l’eroe fuggiasco Martín Fierro che sta inseguendo attraverso un canneto, e gli balza accanto e combatte con lui. Identificazioni: e non soltanto di volti, ma di eventi: talché un fatto, rivissuto per un certo tempo dalla memoria che lo vuole redimere, si tramuta in altro fatto non meno vero del fatto reale, e ha diritto di tramutare in tal modo anche nella memoria altrui, che veramente muore e rinasce insieme con il fatto purificato e redento. È la storia di Pedro Damián (così sottilmente accesa da quella di Pier Damiani) che al momento della sua morte tutti ricordano improvvisamente come un eroe; dopo anni vissuti da lui nell’ignominia a “consumare” con la sua mente una sua antica viltà. In Ema Zunz — uno spunto che avrebbe sollecitato Maupassant — una vergine si lascia violare da uno sconosciuto per vendicare, con un delitto simulato, un antico delitto mai punito; ella non distingue, a ragione, tra i due fatti, i due eventi sono in realtà uno solo, del secondo “false soltanto le circostanze, l’ora e uno o due nomi propri”. Confluiscono cui le due tesi concentriche predilette da Borges: l’ultima identità di ogni cosa e il ciclico ritorno di ogni possibile circostanza, quale fu suggerito ciclicamente, dai pitagorici a Nietzsche.
In alcuni racconti, il centro de tali universi speculari si configura volentieri in un oggetto sacro, una sorta di siggillo di Salomone: fonte di estasi e di terrore in cui tutto l’esistente si concentra e riassume. Borges ha pochi temi e persino pochi simboli; ma sono temi e simboli polivalenti, inesauribili per la loro stessa natura: il labirinto, lo specchio, la città, il giardino, l’atlante, la scrittura. L’oggetto sacro li riassume: è la sintesi della sintesi, il concentrato, il mandala.

È la moneta Zahir — una sorta di “orso bianco” al quale non si può non pensare (ma pensarla conduce rapidamente alla follia). Sono le tigri magiche dipinte da un martire sulle pareti di una prigione “come una specie di tigre infinita fatta di molte tigri in modo vertiginoso”. Sono le macchie del giaguaro nelle quali un antico sacerdote messicano, imprigionato per la vita in una cella senza luce, decifra penosamente le parole che esprimono l’universo, le parole che “basterebbe pronunziare per essere onnipotenti” (ma, decifrate quelle parole, quale senso può avere più essere onnipotente?). O è la sacra lettra Aleph, l’alfa dell’alfabeto ebraico: un punto in cui convergono tutti i punti, dove tutto è presente simultaneamente: vita e morte, spazio e tempo, corruzione e durata, rapimento ed orrore, in una spirale di vertigine cosmica. “Per la Cabala” scrive Borges “quella lettera rappresentava l’Ensoph, l’illimitata e pura divinità; fu anche detto che essa a la figura di un uomo che indica cielo e terra per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa del superiore; per la Mengelehre è il simbolo dei numeri transfiniti nei quali il tutto non è maggiore di alcuno dei componenti” en ancora: “Forse volle dire: non c’è fatto, per inutile che sia, che non racchiuda la soria universale e la sua infinita concatenazione di effetti e di cause; forse volle dire che il mondo visibile e intero in ogni rappresentazione, cosi comme la volontà, secondo Schopenhauer, è intera in ogni individuio”.

Tutto dunque è l’Uno. È questa la metafisica di Borges? E si può parlare, per Borges, di metafisica? Abbiamo detto come volentieri egli s’inchini al vuoto imperscrutabile, salutandolo con il nome di Dio. Potremmo dire che, con altrettanto impassibile reverenza, egli si inchini all’attimo. In una sua poesia, Dall’inferno e dal Cielo, egli afferma che il giudizio finale non decreterà gioia eterna o eterno spasimo agli eletti ed ai reprobi, ma a ciascuno lascierà in fronte, per l’eterno, il viso che la sua vita a prescelto e preservato (forse il volto dell’amore, forse quello del Tempo); e la contemplazione di quel volto sarà Inferno ai reprobi, Paradiso ai beati. È forse lecito applicare all’intera opera di Borges la sentenza di un santo: Aeternum est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum.

Ma non si pensi che queste tragiche e iridiscenti composizioni siano un seguito di formule esoteriche. C’è in ogni storia un ammagliante storia. Ci sono i personaggi, alteramente perfidi o ciecamente sublimi disegnati a punta di diamante. E ci sono gli innumerevoli labirinti reali: Creta come Londra, Baghdad come Buenos Aires. Il miracolo di Borges narratore sta in una sorta di linguaggio innumerevole, in cui la più lampante delle figure può senza tregua fluire in mille altre, complicarse infinitamente nel tempo e nello spazio, percorrere ed animare una tastiera di correspondenze, metafore, analogie della quale non si scorgono i limiti; laddove la più pura astrazione si configura ogni volta, per magia dello stile, in un tracciato splendente e tangibile come un tappeto o un atlante.

“Descrivere con estrema precisione fisica cose fisicamente impossibili,” scrisse Hoffmannsthal “questa è la vera creazione per mezzo della parola”. Borges è forse il solo narratore vivente che sia ancora capace di una tale creazione. L’importanza del suo mondo e del suo linguaggio — all’apparenza così sdegnoso di ogni oggettiva realtà da rasentare la frigidezza del prisma — aumenta con il pauroso aumentare, su noi e su tutto quanto ci propone la letteratura, di quella stessa realtà non più mediata. Nel blocco cieco, mutilo e massiccio del secolo, Borges crea leggermente, vertiginosamente un’apertura: ci lascia intravedere ancora una volta lo sterminato mondo che sta dietro quello vero e senza il quale il mondo vero sarà presto un mondo spettrale. Il suo gesto è simmile a quello della maga persiana che gettando grani d’inceso su un braciere “apriva nel fumo con le due mani una porta” — et per essa i prigionieri passavano nei giardini e nei boschi che credevano di avere dimenticato.
Artículo de CRISTINA CAMPO publicado en Paragone - Letteratura, abril de 1960.

Una vida breve, discreta, alejada de las modas intelectuales de su tiempo, indiferente a toda vanidad literaria, tal fue la vida de Cristina Campo. Contados libros pero de una rara intensidad: ensayos, poemas y traducciones admirables.


"Scrisse poco, e vorrebbe aver scritto meno", decía de sí misma

Traducción:
En un cuento de Borges, El inmortal, se narra la historia de un misterioso anticuario, Joseph Cartaphilus de Esmirna, “un hombre consumido y terroso, de ojos grises y barba gris, de rasgos singularmente vagos, que se manejaba con fluidez [...] en diversas lenguas”. Sabemos de éste por un manuscrito que dejó tras él, la atroz y laberíntica historia de un hombre que bebe el agua de los inmortales y antes de ser Cartaphilus fue un interlocutor escocés de Vico y antes de eso un astrólogo bohemio y un escriba árabe, que a su vez había sido un centurión de Domiciano en Tebas —y antes aún una sombra desesperada y divina que se expresaba con las palabras de Homero.

Es difícil, leyendo a Borges, no confundir oscuramente a Cartaphilus con el hombre que lo creó, creer realmente en la existencia de éstos: un señor extremadamente miope de sesenta años, director de la biblioteca de Buenos Aires, animador del grupo de “Sur”; tres o cuatro veces veces rozado por aquel acontecimiento, de características cada vez más melancólicas, que es el premio Nobel de literatura. A duras penas recordamos algunas viejas fotografías suyas, que nos lo muestran un poco moreno de piel, un poco obeso, bastante más español que inglés, aunque confluyan en él estas dos sangres y además una vena portuguesa y una educación suiza. Abramos un libro suyo: El Aleph, Ficciones, Historia universal de la infamia, Historia de la eternidad, y veremos cómo Borges desaparece en sus propias palabras, se vuelve antiquísimo y ajeno a toda raza: un hombre precisamente “de rasgos singularmente vagos” hasta el que por cierto no es fácil llegar, que quizás esté lisa y llanamente muerto desde hace mucho tiempo y sólo reaparece fugazmente aquí y allá, bajo la apariencia de un hermético viajero.

Borges acaso sea el único narrador-humanista que el mundo aún posee; es el lírico de la historia, el erudito de la poesía, en cuyos textos se encuentran y se subliman, en deslumbrantes y capciosas alquimias, los secretos esplendores de todas las tradiciones, en particular, dados el nacimiento y la naturaleza de Borges, la arabo-hispánica: la platónica, por lo tanto, y la cátara, la gnóstica, la cabalística, la alquímica. Todo ello complicado por una pérfida y delicadísima red de ceremoniales ironías: el fabulista ritual se viste de inglés.

En diversas páginas Borges rindió homenaje a los autores modernos a los que “continuamente relee”: Schopenhauer, De Quincey, Stevenson y, puesto que no hay alianzas imposibles para su astral esnobismo, Chesterton, Shaw, Léon Bloy. Pero, al leer sus cuentos más puros, dos nombres muy diversos acuden súbitamente a la memoria: el Hoffmannstahl de Andreas, de la Carta de Lord Chandos a Bacon de Verulamn, y el Ernst Jünger de los Acantilados de mármol. Pero el claro fuego espiritual del primero (que sabe elevarse cada vez hasta el instante de la unio mystica) y el tenaz hielo del segundo son, por así decir, sobrepasados por Borges en un estilo de impenetrable cristal, que es el mismo cristal del mundo en el que se mueve: un mundo en todo similar a los espejos de los que está lleno, un “circular delirio” de espejos dentro de espejos; de modo que a veces estas innumerables reflexiones parecen romperse una contra la otra en un relámpago que enceguece y destruye. No queda más que el puro, el inescrutable vacío al que Borges no duda en dar el nombre de Dios, en una de sus reverencias profundas y recitadas de musulmán hacia la Meca.

Ciertamente, en cada uno de sus cuentos se repite esta mágica colisión, que en cada caso se propone volver a llevarnos a una antigua afirmación: Todo es Uno. Como en la escuela de tiro al arco zen, también aquí el tirador deberá hacerse al mismo tiempo arco, flecha y blanco, olvidar que —y porqué— está tirando al arco; y entonces ya no tendrá importancia la propia vida ni la ajena, el propio destino o el ajeno, puesto que el que dispara el arco es el Todo, como lo es el que recibe la flecha. Pero en los cuentos de Borges este descubrimiento no es el fruto impredecible y espontáneo de la larga práctica budista sino, por el contrario, una iluminación perfectamente trágica: el instante preciso que rompe todos los espejos, el blanco en el que las imágenes superpuestas se aniquilan, dejando apenas la sombra dibujada, como el hombre en el puente de Hiroshima.

En uno de sus cuentos más hermosos, Los teólogos, Juan de Panonia arde en la hoguera. Lo ha denunciado disimuladamente Aureliano, que fue por años su rival secreto en la docta refutación de los heresiarcas. Al término de su vida éste arderá del mismo modo en un incendio y sabrá en ese momento preciso que “ para la insondable divinidad él y Juan de Panonia formaban una sola persona”. Así el gaucho argentino Isidoro Cruz descubre que es una sola persona con el héroe fugitivo Martín Fierro, al que está persiguiendo por un pajonal, y se pone junto a él de un salto y combate con él. Identificaciones: y no sólo de caras sino de acontecimientos, de modo tal que un hecho que por cierto tiempo vuelve a vivir en la memoria que quiere redimirlo, se transmuta en otro hecho no menos auténtico que el hecho real y tiene derecho a transmutarse de tal modo también en la memoria ajena que realmente muere y renace junto con el hecho purificado y redimido. Es la historia de Pedro Damián (tan sutilmente suscitada por la de Pier Damiani), a quien en el momento de su muerte todos recuerdan de pronto como a un héroe; después de años vividos por él en la ignominia para “corregir” con la mente una vieja cobardía suya. En Emma Zunz —una idea que hubiera podido inspirar a Maupassant— una virgen se deja violar por un desconocido para vengar, con un delito fingido, un antiguo delito nunca castigado; no distingue, y con razón, entre los dos hechos, los dos acontecimientos son en realidad uno solo, y del segundo sólo son “falsas las circunstancias, la hora y uno o dos nombres propios”. Confluyen aquí las dos tesis concéntricas favoritas de Borges: la identidad última de toda cosa y el retorno cíclico de toda circunstancia posible, tal como cíclicamente fue sugerido, desde los pitagóricos hasta Nietzsche.

En algunos cuentos, el centro de tales universos especulares se encuentra naturalmente en un objeto sagrado, una suerte de sello de Salomón: fuente de éxtasis y de terror en la que todo lo existente se concentra y se resume. Borges tiene pocos temas y hasta pocos símbolos; pero son temas y símbolos polivalentes, inagotables por su misma naturaleza: el laberinto, el espejo, la ciudad, el jardín, el atlas, la escritura. El objeto sagrado los resume: es la síntesis de la síntesis, el concentrado, el mandala.

Es la moneda Zahir —une especie de “oso polar” en el que no se puede no pensar (pero pensar en ella conduce rápidamente a la locura). Son los tigres mágicos pintados por un mártir en las paredes de una prisión, “una especie de tigre infinito, hecho de muchos tigres de vertiginosa manera”. Son las manchas del jaguar en las que un antiguo sacerdote mexicano, encarcelado de por vida en una celda sin luz, descifra penosamente las palabras que expresan el universo, las palabras que “bastaría pronunciar para ser omnipotente” (pero, una vez descifradas esas palabras, ¿qué sentido puede tener ya ser omnipotente?). O es la sagrada letra Aleph, la letra alfa del alfabeto hebreo: un punto en el que convergen todos los puntos, donde todo está presente simultáneamente: vida y muerte, espacio y tiempo, corrupción y duración, éxtasis y horror, en una espiral de vértigo cósmico. “ Para la Cábala”, escribe Borges, “esa letra significa el En Soph, la ilimitada y pura divinidad; también se dijo que tiene la forma de un hombre que señala el cielo y la tierra, para indicar que el mundo inferior es el espejo y es el mapa del superior; para la Mengenlehre, es el símbolo de los números transfinitos, en los que el todo no es mayor que alguna de las partes”. Y también: “Tal vez quiso decir que no hay hecho, por humilde que sea, que no implique la historia universal y su infinita concatenación de efectos y causas. Tal vez quiso decir que el mundo visible se da entero en cada representación, de igual manera que la voluntad, según Schopenhauer, se da entera en cada sujeto”.

Todo, por lo tanto, es Uno. ¿Es esta la metafísica de Borges? ¿Y se puede hablar, para Borges, de metafísica? Hemos dicho cómo no duda en inclinarse sobre el vacío inescrutable, saludándolo con el nombre de Dios. Podríamos decir que, con reverencia igualmente impasible, se inclina sobre el instante. En un poema suyo, Del infierno y del cielo, afirma que el Juicio Final no decretará felicidad eterna o eterno tormento a los elegidos y a los réprobos, sino que pondrá delante de cada uno, por toda la eternidad, el rostro que su vida ha elegido y preservado (quizás el rostro del amor, quizás el del Tiempo); y la contemplación de ese rostro será Infierno para los réprobos, Paraíso para los elegidos. Quizás sea lícito aplicar a la obra entera de Borges la sentencia de un santo Aeternum est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum.

Pero no debemos pensar que estas trágicas e iridiscentes composiciones sean una sucesión de fórmulas esotéricas. En cada historia hay una historia que recompone la unidad. Están los personajes, altivamente pérfidos o ciegamente sublimes, dibujados con una punta de diamante. Y están los innumerables laberintos reales: tanto Creta como Londres, tanto Bagdad como Buenos Aires. El milagro del Borges narrador reside en una especie de lenguaje innumerable, en el que la más perspicua de las figuras puede fluir sin pausa en otras mil, complicarse infinitamente en el tiempo y en el espacio, recorrer y animar toda una gama de correspondencias, metáforas, analogías cuyos límites no se alcanza a percibir; mientras que la más pura abstracción se materializa cada vez, por la magia del estilo, en un trazado esplendente y tangible como un tapiz o un atlas.

“Describir con extrema precisión física cosas físicamente imposibles”, escribió Hoffmannsthal, “ésa es la verdadera creación por medio de la palabra”. Borges quizás sea el único narrador vivo que aún es capaz de crear de ese modo. La importancia de su mundo y de su lenguaje —aparentemente tan desdeñoso de toda realidad objetiva que roza la frigidez del prisma— aumenta con el pavoroso aumento, en nosotros y en todo lo que nos propone la literatura, de esa misma realidad ya no mediata. En el bloque ciego, mutilado y macizo del siglo, Borges hace ligeramente, vertiginosamente una abertura: nos deja entrever una vez más el exterminado mundo que está detrás del verdadero y sin el cual el mundo verdadero será pronto un mundo espectral. Su gesto es semejante al de la maga persa que, echando granos de incienso en un brasero, “abría con ambas manos una puerta en el humo” —y por ella pasaban los prisioneros a los jardines y a los bosques que creían haber olvidado.
Fuente: http://literaturafrancesatraducciones.blogspot.com/2010/03/borges-por-cristina-campo.html    

Una reflexión de Paulo Coelho

“Cada persona, en su existencia, puede tener dos actitudes: construir o plantar.
Los constructores un día terminan aquéllo que estaban haciendo y, entonces, les invade el tedio.
Los que plantan a veces sufren con las tempestades y las estaciones, pero el jardín jamás para de crecer”

Paulo Coelho.

historia de amor .Cartas de Adolfo Bioy Casares a Elena Garro

Garro y Bioy Casares en Nueva York, años 50




A lo largo de dos décadas, de 1949 a 1969, el escritor argentino Adolfo Bioy Casares mantuvo una correspondencia amorosa con la escritora mexicana Elena Garro.



Hasta hace muy poco, el romance entre Bioy y Garro era un pasaje relativamente desconocido de la vida de ambos, apenas esbozado por ella en los apuntes para el libro Los protagonistas de la literatura americana, de Emmanuel Carballo. Durante buena parte del tiempo que duró la correspondencia, ambos eran casados: ella, con el poeta Octavio Paz; él, con la poetisa Silvina Ocampo. Por parte de Bioy, lo más que llegó a saberse es que él y Garro formaban parte de un grupo de amigos.



La naturaleza precisa de la relación salió a la luz en septiembre pasado, cuando la Universidad de Princeton abrió al público el archivo de Garro, adquirido unos meses antes. Se trata de cinco cajas de documentos, en las que hay manuscritos originales y una abundante correspondencia, entre otros papeles.



Aparte de las noventa y una cartas, trece telegramas y tres tarjetas postales que Garro recibió de Bioy, el archivo incluye correspondencia de una infinidad de personajes renombrados: José Bianco, Julio Bracho, Luis Buñuel, Emilio Carballido, Régis Debray, José María Fernández Unsain, Adolfo López Mateos, Carlos A. Madrazo, François Mauriac, Victoria Ocampo, Javier Rojo Gómez, Bernardo Sepúlveda Amor, Guillermo Soberón Acevedo...



Pero la de Bioy es la más abundante: ocupa tres fólders.



Largas son la mayoría de la cartas que el cuentista y novelista argentino escribió a Elena Garro. Largas, de renglones apretados, con letra a veces ininteligible, hinchadas de nostalgia, adulación obsesiva, angustia, autodenigración y desesperanza.



En una entrevista reciente que concedió a Lucía Melgar, profesora de literatura de Princeton, que está trabajando en una biografía de Elena Garro, la escritora contó que tuvo tres series de encuentros con Bioy. Dos en Europa, en 1949 y 1951, y una en Nueva York, en 1956. Cuando se conocieron, en 1949, en París, Garro tenía veintinueve años, y Bioy, treinta y cinco.



Pese a la abundancia de cartas que documentan la relación entre Bioy y Garro, la colección de correspondencia está incompleta. Peter Johnson, responsable de la sección latinoamericana de la biblioteca de Princeton y encargado de adquirir el archivo de Garro, comentó en una entrevista que muchos de los documentos que conservaba la escritora se extraviaron en sus mudanzas trasatlánticas.



Además, las cartas que Garro escribió a Bioy no están en la colección.



-¿Qué pasó con esas cartas? -se preguntó a Johnson.



-No lo sé.

-¿Las tiene Bioy?



-La verdad es que él ha sido muy ambiguo al respecto.



Pasión y literatura



No todas las cartas de Adolfo Bioy Casares a Elena Garro son de amor. En algunas de ellas se habla del papel que la novelista y dramaturga desempeñó, junto a Octavio Paz, como agente literaria de Bioy en Francia.



En octubre de 1951, Bioy envió, desde Montevideo, una autorización a Octavio Paz para que encargara la traducción al francés de La invención de Morel, su novela más célebre, escrita en 1940.



Concluida la traducción de la novela en noviembre de 1951, Bioy escribió a Elena Garro, desde Buenos Aires:



"Estoy conmovido con el trabajo que te tomas con La invención. Leído en francés, me hace creer que es un buen libro, en cambio tú, al ir paso a paso con la traducción, descubrirás todas mis limitaciones".



Expresiones como ésa, de aparente falta de seguridad en sí mismo, abundan en las cartas del escritor, que fue galardonado en 1990 con el Premio Cervantes, la máxima distinción en las letras hispanas. En general, el tono de la correspondencia es depresivo.



Una carta fechada el 5 de noviembre de 1951 empieza así:



"Mi querida: Tuve que hacer un viajecito a Montevideo. Éste fue muy rápido: tres días en total. A mi vuelta me encontré con tus cartas del 26 y 27 de octubre: las más cariñosas que me has mandado desde hace tiempo. Tal vez te di lástima con mi tristeza. Si me hubieras visto en estos tres días del viaje te hubieras apiadado aún más o, basta de tonterías, me hubieras dado el olivo, como decimos aquí (me hubieras abandonado). No te puedo decir qué desolado me parecía todo: viajar en avión, llegar a un cuarto (color pardo) del Nogaró, almorzar y comer, conversar con los maîtres, los mozos, las consignas de siempre. «¿Para qué estoy haciendo esto?», me decía".



Las cartas de Bioy persiguieron a Elena Garro por todo el mundo: Francia, Japón, México, Suiza, Austria... Bioy parece incluso haber asediado a su correspondiente. Entre agosto y octubre de 1951, le envió una veintena de cartas.



"Perdóname que esté escribiéndote de nuevo -redactó, el 8 de septiembre de ese año-, quisiera darte un respiro, pero tengo tanta necesidad de ti que si no toleras estos monólogos voy a morir de angustia".



Cuatro días después, envió otra carta:



"Helena adorada: No te asustes de que te quiera tanto. Tú me dijiste que lloraría por ti. Solamente te equivocaste, en una carta, en la que me reprochabas mis lágrimas fáciles. Tal vez si pudiera dar un buen llanto mejoraría-pero no, eso me está negado. Debo seguir con esta pena y con los ojos secos."



Unas semanas antes, poco después de embarcarse de regreso a América, luego del segundo encuentro con Elena Garro, Bioy envió otra carta a Víctor Hugo 199, el domicilio parisiense de la familia Paz Garro. En su equipaje llevaba dos recuerdos: un zapato y el pasaporte de Elena. (Después, Garro le pediría que le devolviera el pasaporte).



"Mi querida -escribió Bioy-, aquí estoy recorriendo desorientado las tristes galerías del barco y no volví a Víctor Hugo. Sin embargo, te quiero más que a nadie... Desconsolado canto, fuera de tono, Juan Charrasqueado (pensando que no merezco esa letra, que no soy buen gallo, ni siquiera parrandero y jugador) y visito de vez en vez tu fotografía y tu firma en el pasaporte. Extraño las tardes de Víctor Hugo, el té de las seis y con adoración a Helena. Has poblado tanto mi vida en estos tiempos que si cierro los ojos y no pienso en nada aparecen tu imagen y tu voz. Ayer, cuando me dormía, así te vi y te oí de pronto: desperté sobresaltado y quedé muy acongojado, pensando en ti con mucha ternura y también en mí y en cómo vamos perdiendo todo.



"Te digo esto y en seguida me asusto: en los últimos días estuviste no solamente muy tierna conmigo sino también benévola e indulgente, pero no debo irritarte con melancolía; de todos modos cuando abra el sobre de tu carta (espero, por favor que me escribas) temblaré un poco. Ojalá que no me escribas diciéndome que todo se acabó y que es inútil seguir la correspondencia... Tú sabes que hay muchas cosas que no hicimos y que nos gustaría hacer juntos. Además, recuerda lo bien que nos entendemos cuando estamos juntos... recuerda cómo nos hemos divertido, cómo nos queremos. Y si a veces me pongo un poco sentimental, no te enojes demasiado...



"Me gustaría ser más inteligente o más certero, escribirte cartas maravillosas. Debo resignarme a conjugar el verbo amar, a repetir por milésima vez que nunca quise a nadie como te quiero a ti, que te admiro, que te respeto, que me gustas, que me diviertes, que me emocionas, que te adoro. Que el mundo sin ti, que ahora me toca, me deprime y que sería muy desdichado de no encontrarnos en el futuro. Te beso, mi amor, te pido perdón por mis necedades".



El 17 de octubre de 1951, desde Montevideo, le volvió a escribir: "Mi querida: Discúlpame que te haga leer las noticias de siempre: que te extraño, que estoy desolado...



"¿Pasarán años sin que nos veamos?



" Tú tienes a la Chatita [la hija de Elena Garro], a Octavio, a tus padres, a Deva, a Estrellita. Para mí, Helena es la persona que más quiero en el mundo, el centro de mi vida. Ves, no me corrijo..."



Consejos de señor juicioso  



A juzgar por el contenido de la correspondencia, Adolfo Bioy Casares pudo haber tenido peso en la decisión de Elena Garro de dedicarse a la literatura.



"Debes escribir -recomendó Bioy, en una de las primeras cartas que le envió, fechada en Buenos Aires, el 25 de julio de 1949-. Que los escritores te hayamos aburrido es una fortuita circunstancia de tu biografía y sólo tiene importancia para ti; que escribas tiene importancia para todos. En esta correspondencia entre nosotros se ve de qué lado está el escritor; lo es de éste. ¿Ves Helena? Pongo el énfasis en este consejo de señor juicioso (¡si pudiera convencerte!)".



Dos años después, Bioy escribió a Garro desde la Argentina para decirle que un productor de teatro estaba "estudiando, muy interesado" una de las obras de la mexicana.



Pero, en las cartas, Bioy casi siempre se refiere a la literatura para hablar de lo que no ha podido escribir o de lo malo que le parece lo que ha escrito:



"He interrumpido la redacción de una novela (valía poco)", anunció, por ejemplo, en una carta fechada el 7 de enero de 1950.



Y las referencias a los proyectos literarios están sepultadas entre innumerables lamentaciones de lo que no pudo ser:



"Como era de temer -escribió Bioy, el 2 de agosto de 1952, en la primera carta que envió a Tokio, donde Paz cumplía misión diplomática-, recaigo en la monotonía y en mi amor y te cuento que eres mágica, o que eres la única diosa que he conocido, o que te vi de atrás, con un abrigo de pelo de camello y peinada con moño y colita, en la calle Tucumán y que hube de matar a alguien para poder alcanzarte, mas que finalmente desapareciste por Esmeralda. Resuelvo escribirte, pero se van pasando los días y no hago nada; sigo con la cabeza pesada, como si tuviera una corona de hierro, sin hacer nada y con mucha tristeza y con mucho cansancio... Tengo todo muy abandonado: el cuento de 1839, la novela, unos datos biográficos que me pidió Laffont... Por cierto, todo lo que te he enumerado importa poco; pero aquí no podía hacer nada mucho mejor. Comprendo que soy apenas un fantasma... De todos modos no me olvides o por lo menos trata de no olvidar de escribirme de vez en cuando. Eres la persona que más quiero; no pasa un día sin la pena y sin las dulzuras de extrañarte...



"No puedo creer que en mi futuro no haya más Francia. ¿Para qué, ahora? Me has cambiado los planes, hasta las costumbres de la imaginación. No puedo creer que no haya más viajes a Marly; que no llegue nunca a Víctor Hugo y que no te encuentre en el Chez Francis. Empiezo a imaginar un viaje en los barcos holandeses de que algún día te hablé. Saldría de aquí en abril o mayo y desembarcaría en el Japón un mes y medio después. Qué horror si te da pereza imaginar esa llegada. Pero te juro que no voy a molestarle [tachón]. Soy tan tonto que iba a decir lo que no conviene; iba a decir: «¡Seré como una sombra a tu lado!



Yo no sé si te lo confesé, pero a mí antes me gustaban todas las mujeres (antes=antes de conocerte). Ahora las veo como si un velo se hubiera caído de mis ojos: son tontas, son feas (al cosmos le cuesta producir a una mujer linda) y son otras. Esto de que sean otras, de que ni siquiera se parezcan a ti es su más grosera e imperdonable imperfección. Además, la idea de hacer el amor con ellas me repele: qué feo, que antiestético e incómoda la postura; qué asco, qué aburrido. He descubierto la virginidad y su casi suficiente encanto...



"Yo creo que si supieras la felicidad que me traen tus cartas... me escribirías cartas muy largas. Ya sé que soy un idiota y un mal tipo; pero un idiota y un mal tipo que te adora. Vivo pensando en ti; queriéndote, extrañándote. Qué lástima haber perdido el pasaporte. ¿Recuerdas el zapato, el hermano del que tiraste en el Bois de Boulogne? Lo visito diariamente".



La última carta de la colección está fechada en Mar del Plata, el 21 de abril de 1969. Habían pasado veinte años desde la primera misiva. La carta dice:



"Helena muy querida:



"Todos los días pienso en ti y en la Chata... En los diarios de por acá hay muy pocas noticias de México. Las que puedo darte de mí son demasiado triviales. La vidita de siempre... Menos mal que este año trabajé. Escribí una novela, El compromiso de vivir, que estoy corrigiendo; una Memoria sobre la pampa y los gauchos; un cuento, "El jardín de los sueños", y ahora un segundo cuento [ilegible]: uno y otro, Dios mío, tratan de fugas. ¿Recuerdas que en el Théåtre des Champs Elysées, en el 49, la primera noche que salimos, me dijiste que sentías gran respeto por los que huían? Me gustaría compartir hoy esa convicción. En todo caso no me parece improbable que dentro de poco me convierta en fugitivo. En la fría y solitaria Mar del Plata de esta época del año, trabajo, y, mientras tanto, estás, o creo que estás feliz... En junio o julio o agosto acaso me vaya a Europa. Cómo cambiaría ese desganado viaje si en París, en Roma, en Londres... dónde tú quieras, nos encontráramos.



"Anímense.


"Un besito de Bioy".


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Publicado en edición impresa

Por Pascal Beltrán del Río

Para La Nacion - Princeton, 1997

http://www.lanacion.com.ar/nota.asp?nota_id=213930

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Cuento: Nóumeno Adolfo Bioy casares

Probablemente fue Carlota la que tuvo la idea. Lo cierto es que todos la aceptaron, aunque sin ganas. Era la hora de la siesta de un día muy caluroso, el 8 o el 9 de enero. En cuanto al año, no caben dudas: 1919. Los muchachos no sabían qué hacer y decían que en la ciudad no había un alma, porque algunos amigos ya estaban veraneando. Salcedo convino en que el Parque Japonés quedaba cerca. Agregó:

­Será cosa de ponerse el rancho e ir en fila india, buscando la sombra.



­¿Están seguros de que en el Parque Japonés funciona el Nóumeno?­preguntó Arribillaga.

Carlota dijo que sí. El Nóumeno era un cinematógrafo unipersonal, que por entonces daba que hablar, aún en las noticias de policía.



Arturo miró a Carlota. Con su vestido blanco, tenía aire de griega o de romana. "Una griega o romana muy linda", pensó.



­Vale la pena costearse­dijo Arribillaga­. Para hacernos una opinión sobre el asunto.



­Algo indispensable­dijo con sorna Amenábar.



­Yo tampoco veo la ventaja­dijo Narciso Dillon.



­Voy a andar medio justo de tiempo­ previno Arturo­. El tren sale a las cinco.



­Y si no vas, ¿qué pasa? ¿Tu campo desaparece?­preguntó Carlota.



­No pasa nada, pero me están esperando.



Aunque no fuera indispensable la fila india, tampoco era cuestión de insolarse y derretirse, de modo que avanzaron de dos en dos, por la angosta y no continua franja de sombra. Carlota y Amenábar caminaban al frente; después, Arribillaga y Salcedo; por último, Arturo y Dillon. Éste comentó:



­Qué valientes somos.



­¿Por salir con este solazo?­preguntó Arturo.



­Por ir muy tranquilos a enfrentarnos con la verdad.



­Nadie cree en el Nóumeno.



­Desde luego.



­Es de la familia de la cotorra de la buena suerte.



­Entonces, una de dos. O no creemos y ¿para qué vamos? O creemos y ¿pensaste, Arturo, en este grupo de voluntarios? La gente más contradictoria de la República. Empezando por un servidor. Nací cansado, no sé lo que se llama trabajar, si me arruino me pego un tiro y no hay domingo que no juegue hasta el último peso en las carreras.



­¿Quién no tiene contradicciones?



­Unos menos que otros. Vos y yo no vamos al Nóumeno batiendo palmas.



Arturo dijo:



­A lo mejor sospechamos que para seguir viviendo, más vale dormirse un poco para ciertas cosas. ¿Qué va a suceder cuando entre Arribillaga y vea cómo el aparato le combina su orgullo de perfecto caballero con su ambición política?



­Arribillaga sale a todo lo que da y el Nóumeno estalla ­dijo Dillon­. ¿Amenábar también tendrá contradicciones?



­No creo.



Cuando conoció a Amenábar, Arturo estudiaba trigonometría, su última materia de bachillerato, para el examen de marzo. Un pariente, profesor en el colegio Mariano Moreno, se lo recomendó. "Si te prepara un mozo Amenábar", le dijo, "no sólo aprobarás trigonometría, sabrás matemáticas". Así fue, y muy pronto entablaron una amistad que siguió después del examen, a través de esas largas conversaciones filosóficas, que en alguna época fueron tan típicas de la juventud. Por Arturo, Amenábar conoció a Carlota y después a los demás. Lo trataban como a uno de ellos, con la misma despreocupada camaradería, pero todos veían en él a una suerte de maestro, al que podían consultar sobre cualquier cosa. Por eso lo llamaban el Profe.



Comentó Dillon:



­Su idea fija es la coherencia.



­Ojalá muchos tuviéramos esa idea fija ­ contestó Arturo­. Él mismo dice que la coherencia y la lealtad son las virtudes más raras.



­Menos mal, porque si no, con la vida que uno lleva... ¿Qué sería de mí, un domingo sin turf? ¡Me pego un balazo!



­Si hay que pegarse un balazo porque la vida no tiene sentido, no queda nadie.



­¿También Carlota será contradictoria? A ella se le ocurrió el programa.



­Carlota es un caso distinto­explicó Arturo; con aparente objetividad­. Le sobra el coraje.



­Las mujeres suelen ser más corajudas que los hombres.



­Yo iba a decir que era más hombre que muchos.



Tal vez Arturo no estuviera tan alegre como parecía: Cuando hablaba de Carlota se reanimaba.



­No conozco chica más independiente­ aseguro Dillon, y agregó­: Claro que la plata ayuda.



­Ayuda. Pero Carlota era muy joven cuando quédó huérfana. Apenas mayor de edad. Pudo acobardarse, pudo buscar apoyo en alguien de la familia. Se las arregló sola.



"Y por suerte ahí va caminando con Amenábar", pensó Arturo. "Sería desagradable que tuviera al otro a su lado."



Entraron en el Parque Japonés. Arturo advirtió con cierto alivio que nadie se apuraba por llegar al Nóumeno. Lo malo es que no era el único peligro. También estaba la Montaña Rusa. Para sortearla, propuso el Water Shoot, al que subieron en un ascensor. Desde lo alto de la torre, bajaron en un bote, a gran velocidad, por un tobogán, hasta el lago. Pasaron por el Disco de la Risa, se fotografiaron en motocicletas Harley Davidson y en aeroplanos pintados en telones y, más allá del teatro de títeres, donde tres músicos tocaban Cara sucia, vieron un quiosco de bloques de piedra gris, en papier mache, que por la forma y por las dos efinges, a los lados de la puerta, recordaba una tumba egipcia.



­Es acá­dijo Salcedo y señaló el quiosco.



En el frontispicio leyeron: El Nóumeno y, a la derecha, en letras más chicas: de M. Cánter. Un instante después un viejito de mal color se les acercó para preguntar si querían entradas. Arribillaga pidió seis.



­¿Cuánto tiempo va a estar cada uno adentro?­preguntó Arturo.



­Menos de un cuarto de hora. Más de diez minutos­contestó el viejo.



­Bastan cinco entradas. Si me alcanza el tiempo compro la mía.



­¿Usted es Cánter?­preguntó Amenábar.



­Sí­dijo el viejo­. No, por desgracia, de los Cánter de La Sin Bombo, sino de unos más pobres, que vinieron de Alemania. Tengo que ganarme la vida vendiendo entradas para este quiosco. ¡Seis, mejor dicho cinco, miserables entradas, a cincuenta centavos cada una!



­¿Ahora no hay nadie adentro?­preguntó Dillon.



­No.



­Y aparte de nosotros, nadie esperando. Le tomaron miedo a su Nóumeno.



­No veo por qué­replicó el viejo.



­Por lo que salió en los diarios.



­El señor cree en la letra de molde. Si le dicen que alguien entró en este quiosco de lo más campante y salió con la cabeza perdida, ¿lo cree? ¿No se le ocurre que detrás de toda persona hay una vida que usted no conoce y tal vez motivos más apremiantes que mi Nóumeno, para tomar cualquier determinación?



Arturo preguntó:



­¿Cómo se le ocurrió el nombre?



­A mí no se me ocurrió. Lo puso un periodista, por error. En realidad, el Nóumeno es lo que descubre cada persona que entra. Y, a propósito: ¡Adelante, señores, pasen! Por cincuenta centavos conocerán el último adelanto del progreso. Tal vez no tengan otra oportunidad.



­Deséenme buena suerte­dijo Carlota.



Saludó y entró en el Nóumeno. Arturo la recordaría en esa puerta, como en una estampa enmarcada: el pelo castaño, los ojos azules, la boca imperiosa, el vestido blanquísimo. Salcedo preguntó a Cánter:



­¿Por qué dice que tal vez no haya otra oportunidad?



­Algo hay que decir para animar al público ­explicó el viejo, con una sonrisa y una momentánea efusión de buen color, que le dio aire de resucitado­. Además, la clausura municipal está siempre sobre nuestras cabezas.



­¿Cabezas? ­preguntó Arturo­. ¿Las suyas o las de todos?



­Las de todos los que recibimos la visita de señores que viven de las amenazas de clausura. Los señores inspectores municipales.



­Una verguenza­dijo Salcedo, gravemente.



­Hay que comer­dijo el viejo.



Después de Cara Sucia, los de al lado tocaron Mi noche triste. Arturo pensó que por culpa de ese tango, que siempre lo acongojaba un poco, estaba nervioso porque la chica no salía del Nóumeno. Por fin salió y, como todos la miraban inquisitivamente, dijo con una sonrisa:



­Muy bien. Impresionante.



Arturo pensó "Le brillan los ojos".



­Acá voy yo­exclamó Salcedo y, antes de entrar, se volvió y murmuró:­No se vayan.



­Felice morte­gritó Arribillaga.



Carlota pasó al lado de Arturo y dijo en voz baja:



­Vos no entres.



Antes que pudiera preguntar por qué, ella se trabó en una conversación con Amenábar. El tono en que había dicho esas tres palabras le recordó tiempos mejores.



En el teatro de títeres tocaban otro tango. Cuando Salcedo salió del Nóumeno, entró Amenábar. Arribillaga preguntó:



­¿Qué tal?



­Nada extraordinario­contestó Salcedo.



­Explicame un poco ­dijo Dillon­. Ahí adentro ¿consigo un dato para el domingo?



­Creo que no.



­Entonces no me interesa. Casi me alegro.



­Yo, en cambio, me alegro de haber entrado. Hay una especie de máquina registradora, pero de pie, y una sala, o cabina, de biógrafo, que se compone de una silla y de un lienzo que sirve de pantalla.



­Te olvidás del proyector­dijo Carlota.



­No lo vi.



­Yo tampoco, pero el agujero está detrás de tu cabeza, como en cualquier sala, y al levantar los ojos ves el haz de luz en la oscuridad.



­La película me pareció extraordinaria. Yo sentí que el héroe pasaba por situaciones idénticas a las mías.



­¿Concluyó bien?­preguntó Carlota.



­Por suerte, sí­dijo Salcedo­. ¿Y la tuya?



­Depende. Según interpretes.



Salcedo iba a preguntar algo, pero Carlota se acercó a Amenábar, que salía del quiosco, y le preguntó cuál era su veredicto.



­Yo ni para el Nóumeno tengo veredictos. Es un juego, un simulacro ingenioso. Una novedad bastante vieja: la máquina de pensar de Raimundo Lulio, puesta al día. Casi puedo asegurar que mientras uno se limite a las teclas correspondientes a su carácter, la respuesta es favorable; pero si te da por apretar la totalidad de las teclas correspondientes a las virtudes, la inmediata respuesta es Hipócrita, Ególatra, Mentiroso, en tres redondelitos de luz colorada.



­¿Hiciste la prueba?­preguntó Carlota.



Riendo, Amenábar contestó que sí y agregó:



­¿Te parece poco serio? A mí me pareció poco serio el biógrafo. Qué cinta. Como si nos tomaran por sonsos.



Después de mirar el reloj Arturo dijo:



­Yo me voy.



­¿No me digas que te asusta el Nóumeno? ­preguntó Dillon.



­La verdad que esa puerta alta y angosta le da aspecto de tumba­dijo Salcedo.



Carlota explicó:



­Tiene que tomar el tren de las cinco.



­Y antes pasar por casa, a recoger la valija ­agregó Arturo.



­Le sobra el tiempo­dijo Salcedo.



­Quién sabe ­dijo Amenábar­. Con la huelga no andan los tranvías y casi no he visto automóviles de alquiler ni coches de plaza.



Lo que vio Arturo al salir del Parque Japonés le trajo a la memoria un álbum de fotografías de Buenos Aires, con las calles desiertas. Para que esas pruebas documentales no contrariaran su convicción patriótica de que en las calles de nuestra ciudad había mucho movimiento, pensó que las fotografías debieron de tomarse en las primeras horas de la mañana. Lo malo es que ahora no era la mañana temprano, sino la tarde.



No había exagerado Amenábar. Ni siquiera se veían coches particulares. ¿lba a largarse a pie, a Constitución? Una caminata, para él heroica, no desprovista de la posibilidad de llegar después de la salida del tren. "¿Dónde está ese ánimo? ¿Por qué pensar lo peor?", se dijo. "Con un poco de suerte encontraré algo que me lleve a Constitución." Hasta Cerrito, bordeó el paredón del Central Argentino, volviendo todo el tiempo la cabeza, para ver si aparecía un coche de plaza o un automóvil de alquiler. "A este paso, antes que las piernas se me cansa el pescuezo." Dobló por Cerrito a la derecha, subió la barranca, siguió rumbo al barrio sur. "Desde el Bajo y Callao a Constitución habrá alrededor de cuarenta cuadras", calculó. "Más vale dejar la valija." Lo malo era que de paso dejaría La ciudad y las sierras, que estaba leyendo. Para recoger la valija, tendría seis cuadras hasta su casa, en la calle Rodríguez Peña y, ya con la carga a cuestas, las seis cuadras hasta Cerrito y todas las que faltaban hasta Constitución. "Otra idea", se dijo, "sería irme ahora mismo a casa, recostarme a leer La ciudad y las sierras frente al ventilador y postergar el viaje para mañana; pero, con la huelga, quién me asegura que mañana corran los trenes. No hay que aflojar aunque vengan degollando". Nadie venía degollando, pero la ciudad estaba rara, por lo vacía, y aún le pareció amenazadora, como si la viera en un mal sueño. "Uno imagina disparates, por la cantidad de rumores que oye sobre desmanes de los huelguistas." A la altura de Rivadavia, pasó un taxímetro Hispano Suiza. Aunque iba libre, continuó la marcha, a pesar de su llamado. "A lo mejor el chófer está orgulloso del auto y no levanta a nadie."



Poco después, al cruzar Alsina, vio que avanzaba hacia él un coche de plaza tirado por un zaino y un tordillo blanco. Arturo se plantó en medio de la calle, con los brazos abiertos, frente al coche. Creyó ver que el cochero agitaba las riendas, como si quisiera atropellarlo, pero a último momento las tiró para atrás, con toda la fuerza, y logró sujetar a los caballos. Con voz muy tranquila, el hombre preguntó:



­¿Por suerte anda buscando que lo maten?



­Que me lleven.



­No lo llevo. Ahora vuelvo a casa. A casita, cuanto antes.



­¿Dónde vive?



­Pasando Constitución.



­No tiene que desandar camino. Voy a Constitución.



­¿A Constitución? Ni loco. La están atacando.



­Me deja donde pueda.



Resignado, el cochero pidió:



­Suba al pescante. Si voy con pasajero y nos encontramos con los huelguistas, me vuelcan el coche. Que lleve a un amigo en el pescante, ¿a quién le interesa? Hay que cuidarse, porque la Unión de Choferes apoya la huelga.



­Usted no es chofer, que yo sepa.



­Tanto da. Caigo en la volteada como cualquiera.



Por Lima siguieron unas cuadras. Arturo comentó:



­Corre aire acá. Uno revive. ¿Sabe, cochero, lo que he descubierto?



­Usted dirá.



­Que se viaja más cómodo en coche que a pie.



El cochero le dijo que eso estaba muy bueno y que a la noche iba a contárselo a la patrona. Observó amistosamente:



­La ciudad está vacía, pero tranquila.



­Una tranquilidad que mete miedo­aseguró Arturo.



Casi inmediatamente oyeron detonaciones y el silbar de balas.



­Armas largas­dictaminó el cochero.



­¿Dónde?­preguntó Arturo.



­Para mí, en la plaza Lorea. Vamos a alejarnos, por si acaso.



En Independencia doblaron a la izquierda y después, en Tacuarí, a la derecha. Al llegar a Garay, Arturo dijo:



­¿Cuánto le debo? Bajo acá.



­Vamos a ver: ¿viajó, sí o no, en el asiento de los amigos?­Sin esperar respuesta, concluyó el cochero:­Nada, entonces.



Porque faltaba la desordenada animación que habitualmente había en la zona, la mole gris amarillenta de la estación parecía desnuda. Cuando Arturo iba a entrar, un vigilante le preguntó:



­¿Dónde va?



­A tomar el tren­contestó.



­¿Qué tren?



­El de las cinco, a Bahía Blanca.



­No creo que salga­dijo el vigilante.



"Con tal que atiendan en la boletería", se dijo Arturo. Lo atendieron, le dieron el boleto, le anunciaron:



­El último tren que corre.



En el momento de subir al vagón se preguntó qué sentía. Nada extraordinario, un ligero aturdimiento y la sospecha de no tener plena conciencia de los actos y menos aún de cómo repercutirían en su ánimo. Era la primera vez, desde que ella lo dejó, que salía de Buenos Aires. Había pensado que la falta de Carlota sería más tolerable si estaban lejos.



Se encontró en el tren con el vasco Arruti, el de la panadería La Fama, reputada por la galleta de hojaldre, la mejor de todo el cuartel séptimo del partido de Las Flores. Arturo preguntó:



­¿Llegamos a eso de las ocho y media?



­Siempre y cuando no paren el tren en Talleres y nos obliguen a bajar.



­¿Vos creés?



­La cosa va en serio, Arturito, y en Talleres hay muchos trabajadores. Nos mandan a una vía muerta, si quieren.



­No sé. Los trabajadores están cansados.



Pasaron de largo Talleres y Arruti dijo:



­Tengo sed.



­Vayamos al vagón comedor.



­Ha de estar cerrado.



Estaba abierto. Pidió Arturo una Bilz, y un Pernod Arruti, que explicó:



­Lo que tomábamos con tu abuelo, cuando iba a la estancia, a jugar a la baraja.



­Eso fue en los último años de mi abuelo.



­Antes lo acompañabas a cazar.



De nuevo hablaron de la huelga. Con algún asombro, Arturo creyó descubrir que Arruti no la condenaba y le preguntó:



­¿No estás en contra de la huelga porque pensás que de una revolución va a salir un gobierno mejor que el de ahora?



­No estoy loco, che­replicó Arruti­. Todos los gobiernos son malos, pero a un mal gobierno de enemigos prefiero un mal gobierno de amigos.



­¿El que tenemos es de enemigos?



­Digamos que es de tu gente, no de la mía.



­No sabía que vos y yo fuéramos enemigos.



­No lo somos, Arturo, ni lo seremos. Ni tú ni yo estamos en política. Una gran cosa.



­Sin embargo, apostaría que tomamos las ideas más a pecho que los políticos.



­Esa gente no cree en nada. Sólo piensan en abrirse paso y mandar.



Imaginó cómo iba a referirle a Carlota esta conversación. Recordó, entonces, lo que había pasado. Se dijo: "Debo sobreponerme", pero tuvo sentimientos que tal vez correspondieran a una frase como: "¿Para qué vivir si después no puedo comentar las cosas con Carlota?".



Arruti, que era un vasco diserto, habló de su infancia en los Pirineos, de su llegada al país, de sus primeras noches en Pardo, cuando se preguntaba si el rumor que oía era del viento o de un malón de indios.



A ratos Arturo olvidó su pena. Lo cierto es que el viaje se hizo corto. A las ocho y media bajaron en la estación Pardo.



­Seguro que Basilio vino con el break­ dijo­. ¿Te llevo?



­No, hombre­contestó Arruti­. Vivo demasiado cerca. Eso sí: una tarde caigo de visita en la estancia. Esta vuelta vas a quedarte más de lo que tienes pensado.



Basilio, el capataz, los recibió en el andén. Preguntó:



­¿Qué tal viaje tuvieron?­y agregó después de agacharse un poco y llevar la mirada a una y otra mano de Arturo­: ¿No olvidaste nada, Arturito?



­Nada.



­¿Qué debía traer?­preguntó Arruti.



­Siempre viene con valijas cargadas de libros. Hay que ver lo que pesan.



Arruti se despidió y se fue. Arturo preguntó:



­¿Cómo andan por acá?



­Bien. Esperando el agua.



­¿Mucha seca?



­Se acaba el campo, si no llueve.



Emprendieron el largo trayecto en el break. Hubo conversación, por momentos, y también silencios prolongados. Todavía no era noche. Distraídamente Arturo miraba el brilloso pelo del zaino, la redondez del anca, el tranquilo vaivén de las patas, y pensaba: "Para vida agitada, el campo. Uno se desvive porque llueva o no llueva, o porque pase la mortandad de los terneros... Lo que es yo, no voy a permitir que me contagien la angustia". Iba a agregar "por lo menos hasta mañana a la mañana", cuando se acordó de la otra angustia y se dijo: "Qué estúpido. Todavía tengo ganas de hacerme el gracioso".



Llegaron a la estancia por la calle de eucaliptos. Era noche cerrada. La casera le tendió una mano blanda y dijo:



­Bien ¿y usted? ¿Paseando?



En el patio había olor a jazmines; en la cocina y el cuartito de la caldera, olor a leña quemada; en el comedor, olor a la madera del piso, del zócalo, de los muebles.



Poco después de la comida, Arturo se acostó. Pensaba que lo mejor era aprovechar el cansancio para dormirse cuanto antes. Un silencio, apenas interrumpido por algún mugido lejano, lo llevó al sueño.



Vio en la oscuridad un telón blanco. De pronto, el telón se rajó con ruido de papel y en la grieta aparecieron, primero, los brazos extendidos y después la querida cara de Carlota, aterrada y tristísima, que le gritaba su nombre en diminutivo. Repetidamente se dijo: "No es más que un sueño. Carlota no me pide socorro. Qué absurdo y presuntuoso de mi parte pensar que está triste. Ha de estar muy feliz con el otro. Al fin y al cabo este sueño no es más que una invención mía". Pasó el resto de la noche en cavilaciones acerca del grito y de la aparición de Carlota. A la mañana, lo despertó la campanilla del teléfono.



Corrió al escritorio, levantó el tubo y oyó la voz de Mariana, la señorita de la red local de teléfonos, que le decía:



­Señor Arturo, me informan de la oficina de la Unión Telefónica de Las Flores que lo llaman de Buenos Aires. Se oye mal y la comunicación todo el tiempo se corta. ¿Paso la llamada?



­Pásela, por favor.



Oyó apenas:



­Un rato después de salir del Parque Japonés... Imagino cómo te caerá la noticia... Encontraron el cuerpo en la gruta de las barrancas de la Recoleta.



­¿El cuerpo de quién? ­gritó Arturo­. ¿Quién habla?



No era fácil de oír y menos de reconocer la voz entrecortada por interrupciones, que llegaba de muy lejos, a través de alambres que parecían vibrar en un vendaval. Oyó nuevamente:



­Después de salir del Parque Japonés.



El que hablaba no era Dillon, ni Amenábar, ni Arribillaga. ¿Salcedo? Por eliminación quizá pareciera el más probable, pero por la voz no lo reconocía. Antes que se cortara la comunicación, oyó con relativa claridad:



­Se pegó un balazo.



La señorita Mariana, de la red local, apareció después de un largo silencio, para decir que la comunicación se cortó porque los operarios de la Unión Telefónica se plegaron a la huelga. Arturo preguntó:



­¿No sabe hasta cuándo?



­Por tiempo indeterminado.



­¿No sabe de qué número llamaron?



­No, señor. A veces nos llega la comunicación mejor que a los abonados. Hoy, no.



Después de un rato de perplejidad, casi de anonadamiento, por la noticia y por la imposibilidad de conseguir aclaraciones, Arturo exclamó en un murmullo: "No puede ser Carlota". La exclamación velaba una pregunta, que formuló con miedo. El resultado fue favorable, porque la frase en definitiva expresaba una conclusión lógica. Carlota no podía suicidarse, porque era una muchacha fuerte, consciente de tener la vida por delante y resuelta a no desperdiciarla Si todavía quedaba en el ánimo de Arturo algún temor, provenía del sueño en que vio la cara de Carlota y oyó ese grito que pedía socorro. "Los sueños son convincentes", se dijo, "pero no voy a permitir que la superstición prevalezca sobre la cordura. Es claro que la cordura no es fácil cuando hubo una desgracia y uno está solo y mal informado". De pronto le vinieron a la memoria ciertas palabras que dijo Dillon, cuando iban al Parque Japonés. Tal vez debió replicarle que el suicida es un individuo más impaciente que filosófico: a todos nos llega demasiado pronto la muerte. Recapacitó: "Sin embargo fui atinado en no insistir, en no dar pie para que Dillon dijera de nuevo que pegarse un tiro era la mejor solución. No creo que lo haya hecho... Si me atengo a lo que dijo en broma, o en serio, podría pegarse un tiro después de perder en el hipódromo. Ayer no fue al hipódromo, porque no era domingo". En tono de intencionada despreocupación agregó: "¿Qué carrerista va a matarse en vísperas de carreras?"



¿Quiénes quedaban? " ¿Amenábar? No veo por qué iba a hacerlo. Para suicidarse hay que estar en la rueda de la vida, como dicen en Oriente. En la carrera de los afanes. O haber estado y sentir desilusión y amargura. Si no se dejó atrapar nunca por el juego de ilusiones ¿por qué tendría ahora ese arranque?" En cuanto a Carlota, la única falta de coherencia que le conocía era Salcedo. Algo que lo concernía tan íntimamente quizá lo descalificara para juzgar. Si la imaginaba triste y arrepentida hasta el punto de suicidarse, caería en la clásica, y sin duda errónea, suposición de todo amante abandonado. Pensó después en Arribillaga y en sus ambiciones, acaso incompatibles: un perfecto caballero y un popular caudillo político. Por cierto, el más frecuente modelo de perfecto caballero es un aspirante a matón siempre listo a dar estocadas al primero que ponga en duda su buen nombre y también dispuesto a defender, sin el menor escrúpulo, sus intereses. Es claro que el pobre Arribillaga quería ser un caballero auténtico y un político merecidamente venerado por el pueblo y tal vez ahora mismo jugara con la idea de empuñar el volante de su Pierce Arrow y darse una vuelta por la fábrica de Vasena y arengar a los obreros huelguistas. ¿Y Perucho Salcedo? "Supongamos que no fue el que llamó por teléfono: ¿tenía alguna razón para suicidarse? ¿Un flanco débil? ¿La deslealtad con un amigo? Birlar la mujer del amigo ¿es algo serio? Además ¿cómo opinar sin saber cuál fue la participación de la mujer en el episodio?" Se dijo: "Mejor no saberlo".



A lo largo del día, de la noche y de los tres días más que pasó en el campo, Arturo muchas veces reflexionó sobre las razones que pudo tener cada uno de los amigos, para matarse. En algún momento se abandonó a esperanzas no del todo justificadas. Se dijo que tal vez fuera más fácil encontrar un malentendido en la comunicación telefónica del viernes, que una razón para matarse en cualquiera de ellos. Sin duda la comunicación fue confusa, pero el sentido de algunas frases era evidente y no dejaba muchas esperanzas: "Imagino cómo te caerá la noticia", "encontraron el cuerpo en la gruta de la Recoleta", "se pegó un balazo". También se dijo que llevado por una impaciencia estúpida emprendió esa investigación y que más valía no seguirla. Quizá fuera menos desdichado mientras no identificara al muerto.



En la última noche, en un sueño, vio un salón ovalado, con cinco puertas, que tenían arriba una inscripción en letras góticas. Las puertas eran de madera rubia, labrada, y todo resplandecía a la luz de muchas lámparas. Porque era miope debió acercarse para leer, sobre cada puerta, el nombre de uno de sus amigos. La puerta que se abriera correspondería al que se había matado. Con mucho temor apoyó el picaporte de la primera, que no cedió, y después repitió el intento con las demás. Se dijo: "Con todas las demás", pero estaba demasiado confuso como para saberlo claramente. En realidad no deseaba encontrar la puerta que cediera.



A la mañana le dijeron que se había levantado la huelga y que los trenes corrían. Viajó en el de las doce y diez.



Apenas pasadas las cinco, bajaba del tren, salía de Constitución, tomaba un automóvil de alquiler. Aunque nada deseaba tanto como llegar a su casa, dijo al hombre:



­A Soler y Aráoz, por favor.



En ese instante había sabido cuál de los amigos era el muerto. La brusca revelación lo aturdió. El chófer trató de entablar conversación: preguntó desde cuándo faltaba de la capital y comentó que, según decían algunos diarios, se había levantado la huelga, lo que estaba por verse. Quizás en voz alta Arturo pensó en el suicida. Murmuró:



­Qué tristeza.



No le quedó recuerdo alguno del momento en que bajó del coche y caminó hacia la casa. Recordó, en cambio, que abrió el portón del jardín y que la puerta de adentro estaba abierta y que de pronto se encontró en la penumbra de la sala, donde Carlota y los padres de Amenábar estaban sentados, inmóviles, alrededor de la mesita del té. Al ver a su amiga, Arturo sintió emoción y alivio, como si hubiera temido por ella. Trabajosamente se levantaron la señora y el señor. Hubo saludos; no palmadas ni abrazos. Ya se preguntaba si lo que había imaginado sería falso, cuando Carlota murmuró:



­Traté de avisarte, pero no conseguí comunicación.



­Creo que me llamó Salcedo. No estoy seguro. Se oía muy mal.



La señora le sirvió una taza de té y le ofreció tostadas y galletitas. Después de un rato anunció Carlota:



­Es tarde. Tengo que irme.



­Te acompaño­dijo Arturo.



­¿Por qué se van tan pronto?­preguntó la señora­. Mi hijo no puede tardar.



Cuando salieron, explicó la muchacha:



­La madre se niega a creer que el hijo ha muerto. Me parece natural. Es lo que todos sentimos. ¿Por qué no quiso vivir?



­Amenábar era el único de nosotros que no se permitía incoherencias







Yo, Bioy Casares
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Novela:De un mundo a otro.Adolfo Bioy Casares

I
Después de que almorzaran en un restaurante de la calle Guido fue a dormir la siesta con su novia Margarita, en casa de ella. Esa tarde, parecida a tantas otras en que Margarita durmió entre sus brazos, de algún modo fue excepcional: jamás como entonces Javier Almagro tuvo la convicción de que Margarita se le entregaba tan enteramente. Por algo se dice que para todo, en este mundo, hay un término. A las cuatro y media de la tarde, puntualmente, se levantaron, se vistieron y cada cual partió a sus obligaciones: ella, a dar el último examen de la carrera de astronauta; Almagro, a la redacción del diario en que trabajaba.



Seguro de que Margarita había aprobado su examen, Almagro dejó pasar horas antes de felicitarla. A eso de las once de la noche trató de llamarla por teléfono. Mientras formulaba mentalmente una excusa para su tardanza, oía el consabido, insistente, rumor de llamada... Tuvo que resignarse a una desagradable conclusión: Margarita había salido. ¿Adónde? ¿Con quién? Por más que se repetía: "Margarita me quiere", "Margarita no me engaña", "Margarita es leal", desesperó. Emprendió obstinadas idas y venidas, levantó los brazos y meció los pocos pelos de su cabeza. Comprendió que no toleraba la situación, que un remedio provisorio, pero remedio al fin, sería meterse en un cinematógrafo. Vio en el diario que en el Astral había función de trasnoche. Reflexionó: "Pasando de una función de cine a otra, el mismo camino hacia la muerte sería, para mí, llevadero". Se largó, pues, al Astral.



Mientras miraba por la ventanilla del taxi que lo llevaba, ocurrió un hecho extraño. Al ver el comportamiento normal de la gente en la calle, pensó que él era el único trastornado y logró reaccionar. Esforzándose un poco, razonó: que Margarita no estuviera en su casa no era prueba de que estuviera con otro hombre. Las palabras "otro hombre" despertaron pasajeramente su ansiedad.



En el hall del Astral tuvo que esperar un rato, hasta que la función anterior concluyera. De pronto vio con alivio que los acomodadores abrían las puertas y, en seguida, empezó a salir un río de gente un poco deslumbrada por la luz del hall y seguramente comentando la película que habían visto. Súbitamente la escena se animó. Sorprendido, atónito, vio con desesperación lo que había imaginado: a dos pasos de él, hablando animadamente con un desconocido, pasó Margarita.





II


Desayunaron en La Rambla, como todos los días. En un tono que pretendía ser despreocupado, Javier comentó:



-Ayer a la tarde, después de la siesta, creí que ibas a dar un examen (en ese momento, sin advertirlo, levantó la voz), pero no que ibas a encontrarte con un hombre.



Sonriente, nada perturbada, Margarita le tomó las manos y dijo: -Si lo que te importa es que no te haya engañado, no te hagas mala sangre. Nunca he sentido ganas de engañarte. Si alguna vez me da por ahí, te avisaré.



La última frase disgustó un poco a Javier, pero entendió que debía dejarla pasar. No pudo, sin embargo, omitir la pregunta:



-¿Quién es el individuo que te acompañaba?



-Un muchacho de la facultad. No te preocupes. No me gusta.



Como si tuviera un arranque de inspiración, Javier arremetió con una arenga que sin duda ella estaría cansada de oírle: esencialmente consistía en asegurar que si ella lo quisiera como él la quería serían felices.



-Lo somos- aseguró Margarita y, mirándolo con ternura, explicó:



-Yo creo que tuve mucha suerte de encontrarte, pero a veces desearía que hubieras aparecido en mi vida un poco después. Soy muy joven, hay una sola vida y no quisiera morir sin haberla vivido plenamente; pero no hagas caso de lo que te digo. Nunca me consolaría si te perdiera.

III
Esa misma tarde Javier consiguió que el director del diario lo recibiese. El personaje es bastante ridículo: tiene una barriga prominente y con sus brazos cortos, sus piernas largas, parece una rana; es flaco, se diría contraído, y a cada rato se agita en contorsiones nerviosas, que han de ser intentos de aflojarse. Según Javier, todo pretexto es bueno para irritar al director; pero nada lo irrita como la entrevista pedida por cualquier persona que trabaja en el diario. Cuando Javier le dijo que se había enterado de que el gobierno respaldaba un proyecto de lanzar una nave a un vuelo interplanetario, estremeciéndose de furia el hombre exclamó:



-Este país no tiene arreglo. Cuando hay tanto por hacer, ¡gastar millones en semejante fantochada!



Javier tuvo que hacer un esfuerzo para no renunciar a su propuesta. Dijo: -En mi modesta opinión, prestigiaría al diario que uno de sus cronistas viajara en esa nave y enviara notas exclusivas...



-Su modesta opinión me tiene sin cuidado -replicó el director-. Por nada permitiré que mi diario se haga cómplice de tan absurdo proyecto.







Yo, Bioy Casares

Prólogo a "La invención de Morel"

Stevenson, hacia I882, anotó que los lectores británicos desdeñaban un poco las peripecias y opinaban que era muy hábil redactar una novela sin argumento, o de argumento infinitesimal, atrofiado. José Ortega y Gasset ­La deshumanización del arte, I925­trata de razonar el desdén anotado por Stevenson y estatuye en la página 96, que "es muy difícil que hoy quepa inventar una aventura capaz de interesar a nuestra sensibilidad superior", y en la 97, que esa invenaión "es prácticamente imposible". En otras páginas, en casi todas las otras páginas, aboga por la novela "psicológica" y opina que el placer de las aventuras es inexistente o pueril. Tal es, sin duda, el común parecer de 1882, de I925 y aún de I940. Algunos escritores (entre los que me place contar a Adolfo Bioy Casares) creen razonable disentir. Resumiré, aquí, los motivos de ese disentimiento.



El primero (cuyo aire de paradoja no quiero destacar ni atenuar) es el intrinseco rigor de la novela de peripecias. La novela característica, "psicológica", propende



a ser informe. Los rusos y los discípulos de los rusos han demostrado hasta el hastío que nadie es imposible: suicidas por felicidad, asesinos por benevolencia, personas que se adoran hasta el punto de separarse para siempre, delatores por fervor o por humildad... Esa libertad plena acaba por equivaler al pleno desorden. Por otra parte, la novela "psicológica" quiere ser también novela "realista": prefiere que olvidemos su carácter de artificio verbal y hace de toda vana precisión (o de toda lánguida vaguedad) un nuevo toque verosímil. Hay páginas, hay capítulos de Marcel Proust que son inaceptables como invenciones: a los que, sin saberlo, nos resignamos como a lo insípido y ocioso de cada día. La novela de aventuras, en cambio, no se propone como una transcripción de la realidad: es un objeto artificial que no sufre ninguna parte injustificada. El temor de incurrir en la mera variedad sucesiva del Asno de Oro, de los siete viajes de Simbad o del Quijote, le impone un riguroso argumento.



He alegado un motivo de orden intelectual; hay otros de carácter empírico. Todos tristemente murmuran que nuestro siglo no es capaz de tejer tramas interesantes; nadie se atreve a comprobar que si alguna primacia tiene este siglo sobre los anteriores, esa primacía es la de las tramas. Stevenson es más apasionado, más diverso, más lúcido, quizá más digno de nuestra absoluta amistad que Chesterton; pero los argumentos que gobierna son inferiores. De Quincey, en noches de minucioso terror, se hundió en el corazón de laberintos , pero no amonedó su impresión de unutterable and self-repeating infinities en fábulas comparables a las de Kafka. Anota con justicia Ortega y Gasset que la "psicología" de Balzac no nos satisface; lo mismo cabe anotar de sus argumentos. A Shakespeare, a Cervantes, les agrada la antinómica idea de una muchacha que, sin disminución de hermosura, logra pasar por hombre; ese móvil no funciona con nosotros. Me creo libre de toda superstición de modernidad, de cualquier ilusión de que ayer difere íntimamente de hoy o diferirá de mañana; pero considero que ninguna otra época posee novelas de tan admirable argumento como The turn of the screw, como Der Prozess, como Le Voyageur sur la terre, como ésta que ha logrado, en Buenos Aires, Adolfo Bioy Casares.



Las ficciones de índole policial­otro género típico de este siglo que no puede inventar argumentos­refieren hechos misteriosos que luego justifica e ilustra un hecho razonable; Adolfo Bioy Casares, en estas páginas, resuelve con felicidad un problema acaso más dificil. Despliega una Odisea de prodigios que no parecen admitir otra clave que la alucinación o que el símbolo, y plenamente los descifra mediante un solo postulado fantástico pero no sobrenatural. El temor de incurrir en prematuras o parciales revelaciones me prohíbe el examen del argumento y de las muchas delicadas sabidurías de la ejecución. Básteme declarar que Bioy renaueva literariamente un concepto que San Agustín y Orígenes refutaron, que Louis Auguste Blanqui razonó y que dijo con música memorable Dante Gabriel Rossetti:



I have been here before,



But when or how I cannot tell:



I know the grass beyond the door,



The sweet keen smell,



The sighing sound, the lights around the shore...



En español, son infrecuentes y aún rarisimas las obras de imaginación razonada. Los clásicos ejercieron la alegoría, las exageraciones de la sátira y, alguna vez, la mera incoherencia verbal; de fechas recientes no recuerdo sino algún cuento de Las fuerzas extrañas y alguno de Santiago Dabove: olvidado con injusticia. La invención de Morel (cuyo título alude filialmente a otro inventor isleño, a Moreau) traslada a nuestras tierras y a nuestro idioma un género nuevo.



He discutido con su autor los pormenores de su trama, la he releido; no me parece una imprecisión o una hipérbole calificarla de perfecta.



Jorge Luis Borges




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Novela:La invención de Morel, Adolfo Bioy Casares

Edición electrónica (texto completo)




Adolfo Bioy Casares (1914-1999) es uno de los más brillantes representantes de la generación argentina de entreguerras, ligada a la gran revista Sur, que adquirió resonancia internacional. Al grupo pertenecían, entre otros, Jorge Luis Borges, Victoria y Silvina Ocampos (con la que se casaría Bioy), Eduardo Mallea, José Bianco, Oliverio Girando, etc. Fue Bioy colaborador estrecho de Borges, con quien compuso algunas obras, y es, como Borges, uno de los padres de la literatura fantástica contemporánea en castellano. Recibió el Premio Cervantes en 1990.

Entre sus novelas y cuentos de asunto fantástico destacan La trama celeste, La invención de Morel, Diario de la guerra del cerdo, Un campeón desparejo, Una muñeca rusa



RESUMEN ARGUMENTAL



Un fugitivo de la justicia, arbitrariamente condenado, arriba a una isla desierta, o casi, y allí conoce a un grupo de personas, o de supuestas personas, entre las cuales él destaca a una hermosa mujer, Faustine. Pero nadie nota su presencia y se da cuenta de que todo se repite: las acciones, los diálogos, incluso el sol y la luna (hay dos soles, dos lunas). Morel, un científico que habita en la isla,comunica al fugitivo su invento: ha creado una máquina que puede reproducir todos los sentidos juntos. Su único inconveniente es que, para reproducir a un ser, éste debe morir. El fugitivo pone en marcha la máquina y se graba durante una semana al lado de Faustine; muere, pero será inmortal en la eterna repetición de la imagen.



VALORACIÓN



La invención de Morel , una novela corta, está considerada un clásico de la ciencia ficción: ciencia ficción es la máquina inmortalizadora de Morel. Bioy no recurre,como Mary Shelley, al mito de Frankestein; se vale del cine: La máquina que inventa Morel ---ha escrito el autor--- registra a una persona en el momento en que es filmada No pretende otra eternidad. Morel registra una semana de vida en la isla: él, Faustine y sus amigos vivirán, para siempre, esa semana. Mediante el cine Bioy revive el viejo sueño de la inmortalidad. También el mito nietzscheano del eterno retorno. Octavio Paz ha dicho al respecto: El tema de Adolfo Bioy Casares no es cósmico sino metafísico: el cuerpo es imaginario y obedecemos a la tiranía de un fantasma. El amor es una percepción privilegiada, la más total y lúcida, no solo de la irrealidad del mundo, sino también de la nuestra: corremos tras de sombras, pero nosotros también somos sombras



Borges equiparaba la grandeza y originalidad del argumento de Bioy a las grandes invenciones de Henri James o Kafka. Pero es una obra muy triste, como confirma el ruego último del fugitivo, ya convertido en espectro: Al hombre que, basándose en este informe, invente una máquina capaz de reunir las presencias disgregadas, haremos una súplica. Busquemos a Faustine y a mí, hágame entrar en el cielo de la conciencia de Faustine. Será un acto piadoso



Fuente:

Madri+d Reseñas. Sección dirigida por Miguel García-Posada

http://www.madrimasd.org/cienciaysociedad/Resenas/novelas/Novela.asp?id=122

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Yo, Bioy Casares

Acerca de mis cuentos, por Jorge Luis Borges

Acaban de informarme que voy a hablar sobre mis cuentos. Ustedes quizás los conozcan mejor que yo, ya que yo los he escrito una vez y he tratado de olvidarlos, para no desanimarme he pasado a otros; en cambio tal vez alguno de ustedes haya leído algún cuento mío, digamos, un par de veces, cosa que no me ha ocurrido a mí. Pero creo que podemos hablar sobre mis cuentos, si les parece que merecen atención. Voy a tratar de recordar alguno y luego me gustaría conversar con ustedes que, posiblemente, o sin posiblemente, sin adverbio, pueden enseñarme muchas cosas, ya que yo no creo, contrariamente a la teoría de Edgar Allan Poe, que el arte, la operación de escribir, sea una operación intelectual. Yo creo que es mejor que el escritor intervenga lo menos posible en su obra. Esto puede parecer asombroso; sin embargo, no lo es, en todo caso se trata curiosamente de la doctrina clásica.

Lo vemos en la primera línea -yo no sé griego- de la Iliada de Homero, que leemos en la versión tan censurada de Hermosilla: "Canta, Musa, la cólera de Aquiles". Es decir, Homero, o los griegos que llamamos Homero, sabía, sabían, que el poeta no es el cantor, que el poeta (el prosista, da lo mismo) es simplemente el amanuense de algo que ignora y que en su mitología se llamaba la Musa. En cambio los hebreos prefirieron hablar del espíritu, y nuestra psicología contemporánea, que no adolece de excesiva belleza, de la subconsciencia, el inconsciente colectivo, o algo así. Pero en fin, lo importante es el hecho de que el escritor es un amanuense, él recibe algo y trata de comunicarlo, lo que recibe no son exactamente ciertas palabras en un cierto orden, como querían los hebreos, que pensaban que cada sílaba del texto había sido prefijada. No, nosotros creemos en algo mucho más vago que eso, pero en cualquier caso en recibir algo.
El Zahir 
Voy a tratar entonces de recordar un cuento mío. Estaba dudando mientras me traían y me acordé de un cuento que no sé si ustedes han leído; se llama El Zahir. Voy a recordar cómo llegué yo a la concepción de ese cuento. Uso la palabra «cuento» entre comillas ya que no sé si lo es o qué es, pero, en fin, el tema de los géneros es lo de menos. Croce creía que no hay géneros; yo creo que sí, que los hay en el sentido de que hay una expectativa en el lector. Si una persona lee un cuento, lo lee de un modo distinto de su modo de leer cuando busca un artículo en una enciclopedia o cuando lee una novela, o cuando lee un poema. Los textos pueden no ser distintos pero cambian según el lector, según la expectativa. Quien lee un cuento sabe o espera leer algo que lo distraiga de su vida cotidiana, que lo haga entrar en un mundo no diré fantástico -muy ambiciosa es la palabra- pero sí ligeramente distinto del mundo de las experiencias comunes.

Ahora llego a El Zahir y, ya que estamos entre amigos, voy a contarles cómo se me ocurrió ese cuento. No recuerdo la fecha en la que escribí ese cuento, sé que yo era director de la Biblioteca Nacional, que está situada en el Sur de Buenos Aires, cerca de la iglesia de La Concepción; conozco bien ese barrio. Mi punto de partida fue una palabra, una palabra que usamos casi todos los días sin darnos cuenta de lo misterioso que hay en ella (salvo que todas las palabras son misteriosas): pensé en la palabra inolvidable, unforgetable en inglés. Me detuve, no sé por qué, ya que había oído esa palabra miles de veces, casi no pasa un día en que no la oiga; pensé qué raro sería si hubiera algo que realmente no pudiéramos olvidar. Qué raro sería si hubiera, en lo que llamamos realidad, una cosa, un objeto -¿por qué, no?- que fuera realmente inolvidable.

Ese fue mi punto de partida, bastante abstracto y pobre; pensar en el posible sentido de esa palabra oída, leída, literalmente in-olvidable, inolvidable, unforgetable, unvergasselich, inouviable. Es una consideración bastante pobre, como ustedes han visto. Enseguida pensé que si hay algo inolvidable, ese algo debe ser común, ya que si tuviéramos una quimera por ejemplo, un monstruo con tres cabezas, (una cabeza creo que de cabra, otra de serpiente, otra creo que de perro, no estoy seguro), lo recordaríamos ciertamente. De modo que no habría ninguna gracia en un cuento con un minotauro, con una quimera, con un unicornio inolvidable; no, tenía que ser algo muy común. Al pensar en ese algo común pensé, creo que inmediatamente, en una moneda, ya que se acuñan miles y miles y miles de monedas todas exactamente iguales. Todas con la efigie de la libertad, o con un escudo o con ciertas palabras convencionales. Qué raro sería si hubiera una moneda, una moneda perdida entre esos millones de monedas, que fuera inolvidable. Y pensé en una moneda que ahora ha desaparecido, una moneda de veinte centavos, una moneda igual a las otras, igual a la moneda de cinco o a la de diez, un poco más grande; qué raro si entre los millones, literalmente, de monedas acuñadas por el Estado, por uno de los centenares de Estados, hubiera una que fuera inolvidable. De ahí surgió la idea: una inolvidable moneda de veinte centavos. No sé si existen aún, si los numismáticos las coleccionan, si tienen algún valor, pero en fin, no pensé en eso en aquel tiempo. Pensé en una moneda que para los fines de mi cuento tenía que ser inolvidable; es decir: una persona que la viera no podría pensar en otra cosa.

Luego me encontré ante la segunda o tercera dificultad... he perdido la cuenta. ¿Por qué esa moneda iba a ser inolvidable? El lector no acepta la idea, yo tenía que preparar la inolvidabilidad de mi moneda y para eso convenía suponer un estado emocional en quien la ve, había que insinuar la locura, ya que el tema de mi cuento es un tema que se parece a la locura o a la obsesión. Entonces pensé, como pensó Edgar Allan Poe cuando escribió su justamente famoso poema El Cuervo, en la muerte hermosa. Poe se preguntó a quién podía impresionar la muerte de esa mujer, y dedujo que tenía que impresionarle a alguien que estuviese enamorado de ella. De ahí llegué a la idea de una mujer, de quien yo estoy enamorado, que muere, y yo estoy desesperado
Una mujer poco memorable

En ese punto hubiera sido fácil, quizás demasiado fácil, que esa mujer fuera como la perdida Leonor de Poe. Pero no decidí mostrar a esa mujer de un modo satírico, mostrar el amor de quien no olvidará la moneda de veinte centavos como un poco ridículo; todos los amores lo son para quien los ve desde afuera.

Entonces, en lugar de hablar de la belleza del love splendor, la convertí en una mujer bastante trivial, un poco ridícula, venida a menos, tampoco demasiado linda. Imaginé esa situación que se da muchas veces: un hombre enamorado de una mujer, que sabe por un lado que no puede vivir sin ella y al mismo tiempo sabe que esa mujer no es especialmente memorable, digamos, para su madre, para sus primas, para la mucama, para la costurera, para las amigas; sin embargo, para él, esa persona es única.

Eso me lleva a otra idea, la idea de que quizás toda persona sea única, y que nosotros no veamos lo único de esa persona que habla en favor de ella. Yo he pensado alguna vez que esto se da en todo, si no fijémonos que en la Naturaleza, o en Dios (Deus sirve Natura, decía Spinoza) lo importante es la cantidad y no la calidad. Por qué no suponer entonces que hay algo, no sólo en cada ser humano sino en cada hoja, en cada hormiga, único, que por eso Dios o la Naturaleza crea millones de hormigas; aunque decir millones de hormigas es falso, no hay millones de hormigas, hay millones de seres muy diferentes, pero la diferencia es tan sutil que nosotros los vemos como iguales.

Entonces, ¿qué es estar enamorado? Estar enamorado es percibir lo que de único hay en cada persona, eso único que no puede comunicarse salvo por medio de hipérboles o de metáforas. Entonces por qué no suponer que esa mujer, un poco ridícula para todos, poco ridícula para quien está enamorado de ella, esa mujer muere. Y luego tenemos el velorio. Yo elegí el lugar del velorio, elegí la esquina, pensé en la Iglesia de la Concepción, una iglesia no demasiado famosa ni demasiado patética, y luego al hombre que después del velorio va a tomar un guindado a un almacén. Paga, en el cambio le dan una moneda y él distingue en seguida que hay algo en ella -hice que fuera rayada para distinguirla de las otras. Él ve la moneda, está muy emocionado por la muerte de la mujer, pero al verla ya empieza a olvidarse de ella, empieza a pensar en la moneda. Ya tenemos el objeto mágico para el cuento. Luego vienen los subterfugios del narrador para librarse de esa que él sabe que es una obsesión. Hay diversos subterfugios: uno de ellos es perder la moneda. La lleva, entonces, a otro almacén que queda un poco lejos, la entrega en el cambio, trata de no fijarse en qué esquina está ese almacén, pero eso no sirve para nada porque él sigue pensando en la moneda.

Luego llega a extremos un poco absurdos. Por ejemplo, compra una libra esterlina con San Jorge y el dragón, la examina con una lupa, trata de pensar en ella y olvidarse de la moneda de veinte centavos ya perdida para siempre, pero no logra hacerlo. Hacia el final del cuento el hombre va enloqueciendo pero piensa que esa misma obsesión puede salvarlo. Es decir, habrá un momento en el cual el universo habrá desaparecido, el universo será esa moneda de veinte centavos. Entonces él -aquí produje un pequeño efecto literario- él, Borges, estará loco, no sabrá que es Borges. Ya no será otra cosa que el espectador de esa perdida moneda inolvidable. Y concluí con esta frase debidamente literaria, es decir, falsa: "Quizás detrás de la moneda esté Dios". Es decir, si uno ve una sola cosa, esa cosa única es absoluta. Hay otros episodios que he olvidado, quizás alguno de ustedes los recuerde. Al final, él no puede dormir, sueña con la moneda, no puede leer, la moneda se interpone entre el texto y él casi no puede hablar sino de un modo mecánico, porque realmente está pensando en la moneda, así concluye el cuento

El libro de arena
Bien, ese cuento pertenece a una serie de cuentos, en la que hay objetos mágicos que parecen preciosos al principio y luego son maldiciones, sucede que están cargados de horror. Recuerdo otro cuento que esencialmente es el mismo y que está en mi mejor libro, si es que yo puedo hablar de mejores libros, El libro de arena. Ya el título es mejor que El Zahir, creo que zahir quiere decir algo así como maravilloso, excepcional. En este caso, pensé antes que nada en el título: El libro de arena, un libro imposible, ya que no puede haber libros de arena, se disgregarían. Lo llamé El libro de arena porque consta de un número infinito de páginas. El libro tiene el número de la arena, o más que el presumible número de la arena. Un hombre adquiere ese libro y, como tiene un número infinito de páginas, no puede abrirse dos veces en la misma.

Este libro podría haber sido un gran libro, de aspecto ilustre; pero la misma idea que me llevó a una moneda de veinte centavos en el primer cuento, me condujo a un libro mal impreso, con torpes ilustraciones y escrito en un idioma desconocido. Necesitaba eso para el prestigio del libro, y lo llamé Holy Writ -escritura sagrada-, la escritura sagrada de una religión desconocida. El hombre lo adquiere, piensa que tiene un libro único, pero luego advierte lo terrible de un libro sin primera página (ya que si hubiera una primera página habría una última). En cualquier parte en la que él abra el libro, habrá siempre algunas páginas entre aquélla en la que él abre y la tapa. El libro no tiene nada de particular, pero acaba por infundirle horror y él opta por perderlo y lo hace en la Biblioteca Nacional. Elegí ese lugar en especial porque conozco bien la Biblioteca.

Así, tenemos el mismo argumento: un objeto mágico que realmente encierra horror.

Pero antes yo había escrito otro cuento titulado "Tlön, Uqbar, Orbis Tertius". Tlön, no se sabe a qué idioma corresponde. Posiblemente a una lengua germánica. Uqbar surgiere algo arábigo, algo asiático. Y luego, dos palabras claramente latinas: Orbis Tertius, mundo tercero. La idea era distinta, la idea es la de un libro que modifique el mundo.

Yo he sido siempre lector de enciclopedias, creo que es uno de los géneros literarios que prefiero porque de algún modo ofrece todo de manera sorprendente. Recuerdo que solía concurrir a la Biblioteca Nacional con mi padre; yo era demasiado tímido para pedir un libro, entonces sacaba un volumen de los anaqueles, lo abría y leía. Encontré una vieja edición de la Enciclopedia Británica, una edición muy superior a las actuales ya que estaba concebida como libro de lectura y no de consulta, era una serie de largas monografías. Recuerdo una noche especialmente afortunada en la que busqué el volumen que corresponde a la D-L, y leí un artículo sobre los druidas, antiguos sacerdotes de los celtas, que creían -según César- en la transmigración (puede haber un error de parte de César). Leí otro artículo sobre los Drusos del Asia Menor, que también creen en la transmigración. Luego pensé en un rasgo no indigno de Kafka: Dios sabe que esos Drusos son muy pocos, que los asedian sus vecinos, pero al mismo tiempo creen que hay una vasta población de Drusos en la China y creen, como los Druidas, en la transmigración. Eso lo encontré en aquella edición, creo que el año 1910, y luego en la de 1911 no encontré ese párrafo, que posiblemente soñé; aunque creo recordar aún la frase Chinese druses -Drusos Chinos- y un artículo sobre Dryden, que habla de toda la triste variedad del infierno, sobre el cual ha escrito un excelente libro el poeta Eliot; eso me fue dado en una noche.

Y como siempre he sido lector de enciclopedias, reflexioné -esa reflexión es trivial también, pero no importa, para mí fue inspiradora- que las enciclopedias que yo había leído se refieren a nuestro planeta, a los otros, a los diversos idiomas, a sus diversas literaturas, a las diversas filosofías, a los diversos hechos que configuran lo que se llama el mundo físico. ¿Por qué no suponer una enciclopedia de un mundo imaginario?

Una enciclopedia imaginaria

Esa enciclopedia tendría el rigor que no tiene lo que llamamos realidad. Dijo Chesterton que es natural que lo real sea más extraño que lo imaginado, ya que lo imaginado procede de nosotros, mientras que lo real procede de una imaginación infinita, la de Dios. Bueno, vamos a suponer la enciclopedia de un mundo imaginario. Ese mundo imaginario, su historia, sus matemáticas, sus religiones, las herejías de esas religiones, sus lenguas, las gramáticas y filosofías de esas lenguas, todo, todo eso va a ser más ordenado, es decir, más aceptable para la imaginación que el mundo real en el que estamos tan perdidos, del que podemos pensar que es un laberinto, un caos. Podemos imaginar, entonces, la enciclopedia de ese mundo, o esos tres mundos que se llaman, en tres etapas sucesivas, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. No sé cuántos ejemplares eran, digamos treinta ejemplares de ese volumen que, leído y releído, acaba por suplantar la realidad; ya que la historia que narra es más aceptable que la historia real que no entendemos, su filosofía corresponde a la filosofía que podemos admitir fácilmente y comprender: el idealismo de Hume, de los hindúes, de Schopenhauer, de Berkley, de Spinoza. Supongamos que esa enciclopedia funde el mundo cotidiano y lo reemplaza. Entonces, una vez escrito el cuento, aquella misma idea de un objeto mágico que modifica la realidad lleva a una especie de locura; una vez escrito el cuento pensé: "¿qué es lo que realmente ha ocurrido?" Ya que, qué sería del mundo actual sin los diversos libros sagrados, sin los diversos libros de filosofía. Ese fue uno de los primeros cuentos que escribí. Ustedes observarán que esos tres cuentos de apariencia tan distinta, "Tlön, Uqbar; Orbis Tertius", "El Zahir" y "El libro de arena", son esencialmente el mismo: un objeto mágico intercalado en lo que se llama mundo real. Quizás piensen que yo haya elegido mal, quizás haya otros que les interesen más. Veamos por lo tanto otro cuento:

"Utopía de un hombre que está cansado". Esa utopía de un hombre que está cansado es realmente mi utopía. Creo que adolecemos de muchos errores: uno de ellos es la fama. No hay ninguna razón para que un hombre sea famoso. Para ese cuento yo imagino una longevidad muy superior a la actual. Bernard Shaw creía que convendría vivir 300 años para llegar a ser adulto. Quizás la cifra sea escasa; no recuerdo cuál he fijado en ese cuento: lo escribí hace muchos años. Supongo primero un mundo que no esté parcelado en naciones como ahora, un mundo que haya llegado a un idioma común . Vacilé entre el esperanto u otro idioma neutral y luego pensé en el latín. Todos sentíamos la nostalgia del latín, las perdidas declinaciones, la brevedad del latín. Me acuerdo de una frase muy linda de Browning que habla de ello: «Latin, marble's languaje» -latín, idioma del mármol. Lo que se dice en latín parece, efectivamente, grabado en el mármol de un modo bastante lapidario. Pensé en un hombre que vive mucho tiempo, que llega a saber todo lo que quiere saber, que ha descubierto su especialidad y se dedica a ella, que sabe que los hombres y mujeres en su vida pueden ser innumerables, pero se retira a la soledad. Se dedica a su arte, que puede ser la ciencia o cualquiera de las artes actuales. En el cuento se trata de un pintor. Él vive solitariamente, pinta, sabe que es absurdo dejar una obra de arte a la realidad, ya que no hay ninguna razón para que cada uno sea su propio Velásquez, su propio Shakespeare, su propio Shopenhauer. Entonces llega un momento en el que desea destruir todo lo que ha hecho. Él no tiene nombre: los nombres sirven para distinguir a unos hombres de otros, pero él vive solo. Llega un momento en que cree que es conveniente morir. Se dirige a un pequeño establecimiento donde se administra el suicidio y quema toda su obra. No hay razón para que el pasado nos abrume, ya que cada uno puede y debe bastarse. Para que ese cuento fuese contado hacía falta una persona del presente; esa persona es el narrador. El hombre aquél le regala uno de sus cuadros al narrador, quien regresa al tiempo actual (creo que es contemporáneo nuestro). Aquí recordé dos hermosas fantasías, una de Wells y otra de Coleridge. La de Wells está en el cuento titulado "The Time Machine" -"La máquina del tiempo"-, donde el narrador viaja a un porvenir muy remoto, y de ese porvenir trae una flor, una flor marchita; al regresar él esa flor no ha florecido aún . La otra es una frase, una sentencia perdida de Coleridge que está en sus cuadernos, que no se publicaron nunca hasta después de su muerte y dice simplemente: "Si alguien atravesara el paraíso y le dieran como prueba de su pasaje por el paraíso una flor y se despertara con esa flor en la mano, entonces, ¿qué?"

Eso es todo, yo concluí de ese modo: el hombre vuelve al presente y trae consigo un cuadro del porvenir, un cuadro que no ha sido pintado aún. Ese cuento es un cuento triste, como lo indica su título: Utopía de un hombre que está cansado


Referencia: http://www.apocatastasis.com/jorge-luis-borges-acerca-de-mis-cuentos.php#ixzz0jRGQyyzy  
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